Il viaggio dalla morte alla vita, finora trattato solo dai miti, è oggi oggetto della ricerca scientifica più avanzata: per scoprire se l'aldilà esiste, uno scienziato si è addirittura ucciso, promettendo di riapparire ad una medium. Questo articolo, di Margherita Fronte, è tratto dal mensile Focus n° 181 (novembre 2007).

 

 

Non si muore all'improvviso. Anche quando a stroncare la vita è un attacco cardiaco, un ictus o un incidente, la morte impiega diversi minuti, o anche ore, per impadronirsi della sua vittima. Se chi sembra spacciato viene soccorso per tempo, le tecniche di rianimazione possono invertire il processo. Ma se il cuore non batte più per cinque o sei minuti, le speranze di recupero si riducono drasticamente e anche i pochi che sopravvivono subiscono gravi danni, soprattutto al cervello. Il coma e lo stato vegetativo, in cui il danno cerebrale diffuso impedisce di avere una vita cosciente, possono essere il risultato proprio delle più moderne tecniche di rianimazione, capaci di resuscitare il cuore, ma ancora inadeguate a riparare il cervello danneggiato dalla mancanza di ossigeno conseguente all'arresto cardiaco. Oggi però un numero sempre maggiore di medici ritiene che lo spazio di recupero non sia limitato a pochi minuti e che, nelle condizioni opportune, anche le cellule nervose possano sopravvivere. Negli Stati Uniti, ma anche in Europa, c'è chi sostiene che dall'anticamera della morte si può tornare indietro, senza danni. La svolta è in una nuova tecnica di rianimazione la cui semplicità ha sorpreso gli stessi medici: la chiave di tutto è il freddo. L'idea, in realtà, non è nuovissima. Già negli anni Cinquanta, in alcuni ospedali americani, i bambini che avevano subito traumi gravi alla testa venivano immersi in vasche piene di acqua e ghiaccio, e all'ospedale pediatrico di San Diego, in California, la procedura era ancora in uso negli anni Ottanta. Ad ispirare i medici erano stati i casi di alcuni bambini caduti accidentalmente in acqua gelida: apparentemente morti, all'improvviso il loro cuore aveva ricominciato a battere ed erano tornati in vita. L'arrivo di attrezzature sempre più avanzate e di farmaci più efficaci ha indotto i medici ad abbandonare quella procedura. A farli tornare sui loro passi è stata l'assenza di riscaldamento di un vecchio edificio dell'Università del Texas. Lì, intorno alla metà degli anni Ottanta Guy Clifton, un neurochirurgo, conduceva i suoi esperimenti sui gerbilli, roditori simili a topi. Voleva sperimentare un farmaco che impedisse ai neuroni di morire dopo un ictus ma, inaspettatamente, gli animale cui lo somministrava riportavano molti più danni di quelli non trattati. Clifton si accorse che questo secondo gruppo era "alloggiato" in una stanza senza riscaldamento e, misurando la temperatura corporea degli animali, notò che era 2 °C sotto la norma. Il medico pensò che ad impedire alle cellule nervose di morire fosse stato proprio il freddo. << Funzionava molto meglio di qualsiasi farmaco avessi mai sperimentato! >>, afferma Clifton oggi. A dargli ragione, venti anni dopo, sono molti suoi colleghi, che hanno salvato decine di pazienti proprio con il freddo. Bill Bondar, un americano di sessantuno anni, è uno di loro. In seguito ad un arresto cardiaco, l'uomo giunse in coma all'ospedale universitario della Pennsylvania. Lì lo prese in cura Lance Becker, uno dei pionieri dell'ipotermia, che iniettò nelle sue vene due litri di una soluzione salina ghiacciata e lo fasciò con guaine al cui interno scorreva acqua gelida. La temperatura corporea di Bill fu mantenuta per ventiquattro ore a 33 °C. Poi, lentamente, il suo corpo fu nuovamente scaldato. Oggi Bill sta bene e il suo medico è convinto che il freddo abbia salvato le cellule del suo cervello e del suo cuore, invertendo il processo che lo avrebbe portato alla morte. Dal 2005 ad oggi solo quattordici pazienti ricoverati all'ospedale dell'Università della Pennsylvania per arresto cardiaco avevano i requisiti identificati dai ricercatori per essere sottoposti all'ipotermia: di questi, otto sono sopravvissuti, sei dei quali senza postumi. Quanti altri pazienti si siano salvati così non si sa, ma uno studio pubblicato nel 2002 sul New England Journal of Medicine (NEJM) dimostra che anche in Europa ci sono gruppi che sperimentano l'ipotermia per ridurre i danni cerebrali dell'arresto cardiaco: in Italia la tecnica è stata usata su almeno dodici pazienti da Elga Laura Cerchiari, rianimatrice dell'Ospedale Niguarda di Milano e su altrettanti dodici da Manuela Bonizzoli ed Elio Pagni, rianimatori dell'Ospedale Careggi di Firenze. Secondo questo studio, ogni anno in Europa si verificano trecentosettantacinquemila arresti cardiaci, trentamila dei quali avrebbero i requisiti per essere trattati con ipotermia, risparmiando a milleduecento, settemilacinquecento di loro i postumi neurologici. Neppure i più entusiasti, però, hanno ancora capito quale sia l'effetto esatto del freddo. Lance Becker un'ipotesi ce l'ha: con esperimenti di laboratorio, infatti, ha dimostrato che la semplice privazione di ossigeno non uccide subito le cellule, sostenendo che << ... dopo un'ora sono ancora vive >>. Ciò che uccide, invece, è l'arrivo improvviso dell'ossigeno, dopo un periodo di deprivazione. Ma questo è esattamente ciò che accade quando un paziente in arresto cardiaco arriva al pronto soccorso: uno dei primi interventi è la somministrazione di ossigeno. Becker è convinto che bisognerebbe invece raffreddare il corpo. Questo rallenta il metabolismo delle cellule, riduce il loro bisogno di ossigeno e blocca la catena di reazioni che porta le cellule alla morte. Per dire l'ultima parola sull'ipotermia si aspettano ora i risultati delle ricerche in corso: una decina in tutto il mondo.

Gradualmente ci avviciniamo al limite della scienza comunemente intesa. Gli scienziati hanno infatti individuato un nuovo coma da cui si può riemergere dopo anni.

Il 12 giugno del 2003, il trentanovenne Terry Wallis si svegliò nella sua casa in Arkansas (la cui capitale è Little Rock, Stati Uniti) e la sola parola che pronunciò quel giorno fu "mamma". La mattina seguente il suo vocabolario si arricchì: aggiunse "Pepsi" e il terzo giorno "papà". Solo il quarto giorno, parlando con grande lentezza, fu in grado di comporre frasi complete. Disse che il presidente degli Stati Uniti era Ronald Wilson Reagan (1911-2004), il quale aveva ricoperto quell'incarico dal 1981 al 1989, e che lui, Terry Wallis, era un ragazzo di diciannove anni. La gioia dei familiari fu grande quanto lo stupore dei medici. Perché Wallis, che quasi vent'anni prima era stato vittima di un incidente d'auto, si era svegliato da un coma giudicato irreversibile dal medico che lo aveva visitato all'epoca. Secondo quel medico, Terry si trovava in uno stato vegetativo permanente, una condizione in cui non esiste più alcuna attività cosciente: può instaurarsi in seguito a un danno cerebrale molto intenso dovuto per esempio a traumi, ictus o infarti. Le persone che si trovano in questo stato respirano, hanno un battito cardiaco regolare, hanno un ciclo del sonno e della veglia e possono persino sorridere. Ma nessuna di queste attività è in relazione a stimoli esterni, perché la parte cosciente del cervello è completamente distrutta. Trascorsi dodici mesi dall'evento che ha causato la lesione, le speranze di recupero, secondi i medici, sono nulle. Ma allora perché Terry si è svegliato dopo vent'anni? Per capire cos'è successo, i neurologi della Cornell University di New York, diretti da Nicholas Shiff, hanno analizzato il suo cervello. E hanno scoperto che negli anni in cui Terry sembrava incosciente, nel suo sistema nervoso stava accadendo qualcosa di prodigioso: nella parte posteriore del cervello si erano sviluppate nuove strutture per ristabilire altre connessioni al posto delle vie nervose perdute. I neurologi hanno scoperto che nuovi assoni, i "collegamenti" tra neuroni, sembravano cresciuti, stabilendo nuovi circuiti. Questo ha permesso a Terry di recuperare, pur lentamente, buona parte delle sue funzioni, e di svegliarsi. Del resto, che il cervello di persone apparentemente incoscienti possa avere attività impreviste è stato dimostrato anche da un esperimento guidato da Adrian Owen, dell'Università di Cambridge. Con la risonanza magnetica funzionale, ha analizzato l'attività cerebrale di una ragazza cui era stato diagnosticato lo stato vegetativo, trovando segni di attività cosciente. In risposta a frasi e richieste, si registrava l'attivazione delle aree cerebrali che si attivano nelle persone sane. Tanto che qualcuno aveva pensato che potesse trattarsi di "sindrome del chiavistello", in cui la persona è cosciente ma non controlla il corpo né comunica. Altri casi, molto discussi, sarebbero persino più sbalorditivi. Il medico sudafricano Wally Nel sostiene che alcuni suoi pazienti si sveglino per qualche ora dallo stato vegetativo dopo aver assunto lo zolpidem, un sonnifero. Queste dichiarazioni sono al vaglio della scienza, che sta analizzando i casi. E' sbagliato considerare perdute le speranze di risveglio da uno stato vegetativo? Su questo, i neurologi invitano a fare una distinzione fra stato vegetativo permanente e stato "minimamente cosciente", definito recentemente. Persino per un medico può essere difficile distinguere fra le due condizioni, senza l'ausilio di una risonanza magnetica, ma nella seconda qualche piccola speranza di recupero c'è. In questo caso molto raro, infatti, esiste attività cosciente (sebbene quasi impercettibile) e soprattutto il cervello sembra lavorare alla propria ricostruzione. E' un processo lentissimo, come per Terry Wallis. Ma proprio il riesame del suo caso ha dimostrato che il medico che aveva decretato il suo stato vegetativo aveva sbagliato, e che l'uomo si trovava invece in uno stato minimamente cosciente. Secondo Eelco Wijdicks, neurologo della Mayo Clinic of Rochester (USA), l'errore è evidente se occhi esperti analizzano i filmati che mostrano Terry nei vent'anni del suo calvario. Per questo, Wijdicks sostiene che diversi medici debbano visitare il paziente prima di decretarne lo stato vegetativo permanente. In base a questa distinzione, anche la ragazza analizzata da Adrian Owen si troverebbe nello stato minimamente cosciente (lo stesso Owen ha rivisto la diagnosi), come i pazienti protagonisti degli strani risvegli in Sudafrica.

Ma, per scoprire se esiste l'aldilà, uno scienziato si è ucciso, promettendo di riapparire ad una sensitiva. Storie di esperimenti "diabolici".

Che cosa succede dopo che moriamo? L'interrogativo ha angosciato e affascinato l'uomo fin dalla sua comparsa sulla Terra. Molti hanno cercato una risposta nei miti e nella religione. Ma c'è anche chi ha cercato di affrontare scientificamente il problema. Ad esempio Thomas Lynn Bradford, un ingegnere britannico che il 6 febbraio 1921 "diede vita", se così si può dire, al primo esperimento sull'esistenza dell'aldilà. La prima fase del test fu altamente drammatica: Bradford si chiuse a casa, sigillò porte e finestre e aprì la bombola del gas. Per capire che cosa succedesse dopo la morte decise insomma di fare la cosa più ovvia: morire. Il problema più difficile da risolvere era però il successivo, cioè come comunicare al mondo i risultati della sua ricerca. Da buono scienziato, infatti, Bradford non lavorava per sé stesso, ma per l'umanità. Adottò quindi l'unico modo che conosceva: si rivolse ad una medium. L'accordo prevedeva che, se avesse scoperto l'esistenza dell'aldilà, sarebbe riapparso, per comunicarlo, alla sua collega spiritista. L'accordo, dal punto di vista del metodo scientifico, faceva acqua da molte parti. Tutto infatti era affidato alla sincerità della medium, Ruth Doran che, per farsi pubblicità, avrebbe facilmente potuto imbrogliare, dicendo di avere contattato lo spirito di Bradford anche se la cosa non fosse stata vera. Ma Doran non si lasciò tentare: dichiarò che lo spirito dell'ingegnere non era riapparso. E il suo sacrificio si concluse così, senza dimostrare l'esistenza dell'aldilà. L'esperimento di Bradford fu ripetuto vent'anni dopo, con un po' più di rigore scientifico, da sir Oliver Joseph Lodge (1851-1940), un noto fisico di Birmingham. Lodge selezionò quattro medium e li invitò a contattarlo dopo la sua morte. Lui avrebbe dato loro un messaggio uguale a quello che aveva consegnato, sigillato dentro una busta, ad una persona di fiducia. La cosa era però complicata: la busta ne conteneva altre sette, una dentro l'altra. Le prime sei elencavano cervellotici suggerimenti per rinfrescare la memoria dell'anima del defunto se, nel trapasso, avesse dimenticato il messaggio. I medium si irritarono per la complicazione, e nessuno di loro riuscì a farsi dare lo strano messaggio (un frammento musicale) contenuto nell'ultima busta. Un sistema ancora più rigoroso fu ideato, sei anni dopo, dal fisico Robert Henry Thouless (1894-1984) che criptò, grazie ad un codice da lui ideato, due frasi. Dopodiché annunciò che, una volta morto, avrebbe dato, a chi si fosse messo in contatto con lui, la chiave per decifrare il messaggio. Thouless morì nel 1984. Centinaia di persone hanno da allora proposto chiavi per decrittare il suo messaggio: inutilmente. Una persona, in particolare, ha sostenuto di averlo incontrato almeno nove volte attraverso differenti medium. Ma, dice, senza risultato: lo spirito di Thouless aveva dimenticato la chiave. Accantonata l'idea di avere informazioni dai morti, altri scienziati stanno testando una strada diversa per sapere qualcosa sull'aldilà: le cosiddette esperienze di pre-morte. Alcune persone, risvegliandosi dall'anestesia dopo complessi interventi chirurgici durante i quali avevano rischiato di morire, hanno raccontato di avere assistito alle fasi delicate del proprio intervento guardandolo dall'alto della sala operatoria, dopo essere cioè uscite dal proprio corpo. Era la loro anima che stava abbandonando il corpo? Secondo gli scienziati non è detto: potrebbe trattarsi solo di un'allucinazione. L'esperienza dell'uscita dal corpo può infatti essere provocata artificialmente con l'uso di droghe e altre tecniche. E' nessuno di coloro che hanno fatto questa esperienza è mai riuscito a fornire dettagli che possano provare che non si era trattato di un'allucinazione. Per questo oggi nella sala operatoria dell'Università della Virginia (USA) c'è lo schermo di un computer rivolto verso il soffitto e non visibile da chi vi lavora o da chi è operato. Per dimostrare di non aver avuto un'allucinazione, una persona dovrebbe poter dire che cosa ha visto sullo schermo tra le tante immagini scelte a caso dal computer all'inizio dell'intervento. Finora non è successo. Ma anche se accadesse, dicono gli scienziati, potrebbe dimostrare solo che questo tipo di esperienza extracorporea è una fase del processo di morte. Potrebbe esaurirsi in pochi minuti, nel nulla. Altri tentativi per verificare l'esistenza dell'aldilà hanno cercato di provare l'esistenza del veicolo che ci porterebbe a destinazione: l'anima. Se questa avesse una sia pur minima massa, aveva pensato nel 1901 Duncan MacDougall, pesando una persona nel momento della morte si potrebbe notare un calo di peso. Con la complicità di un sanatorio, MacDougall riuscì a mettere su una bilancia sei moribondi nella fase del trapasso e accertò che in effetti perdevano venti grammi (la vicenda ha ispirato il film del 2003 21 grammi del regista messicano Alejandro González Iñárritu). Ma poi si scoprì che alcuni burloni manomettevano la bilancia per prenderlo in giro. D'altronde per pesare un'anima ci vorrebbe qualcosa di più raffinato di una bilancia. Mary Roach, autrice di un libro su questi temi, ha trovato un esperto di termodinamica disposto a progettare un esperimento con tutti i crismi. Se l'anima fosse la nostra coscienza, e se fosse costituita da informazioni (qualcosa di simile ai bit dei computer) ed energia, potendo l'energia trasformarsi in massa, sarebbe possibile valutarne il peso. Se qualcuno è interessato, può mettere a disposizione di Gerry Nahum, della Duke University (USA) che ha curato il progetto, i centomila dollari per finanziarlo.